lunedì 30 marzo 2015

Imu agricola: il decreto è legge, montagna esentata




La Camera ha approvato in via definitiva il decreto sull’Imu agricola, che diventa così legge dello Stato a seguito del caos avvenuto nei mesi scorsi. Una situazione che non ha mancato di imbarazzare il governo, riuscito infine a sanare la normativa. Bocciati tutti gli emendamenti presentati in aula: il decreto è rimasto, così, invariato dall’ultimo passaggio in Senato e arriva così a destinazione dopo un percorso assai accidentato. 




Tutto ha avuto inizio quando, nello scorso mese di novembre, la maggioranza ha deciso di porre mano alla regolamentazione in materia di esenzioni relative all’imposta municipale unica sui terreni agricoli, contenuti nei Comuni ritenuti montani.

Inizialmente, erano stati adottati alcuni criteri legati all'altimetria che avevano provocato una pioggia di reazioni, sintetizzati in un documento promosso dal presidente dell'integruppo per lo sviluppo della montagna on. Enrico Borghi che aveva raccolto oltre 150 firme di deputati democratici contrari ai criteri impostati dal Ministero dell'Economia e delle Finanze. Successivamente,  come si ricorderà, è intervenuta una sospensiva del Tar, scattata a pochi giorni dal pagamento che ha obbligato così il governo a intervenire d’urgenza per chiarire la situazione, e nella modifica il governo recepiva le preoccupazioni emerse dagli enti locali montani e dai parlamentari affidandosi al criterio di montanità elaborato dall'Istat ai sensi della cosiddetta "montagna legale".

Così, si è scritto l’ultimo capitolo di questa odissea che si è prolungata alcuni mesi, anche se, al momento, rimangono alcuni nodi da sciogliere soprattutto per gli enti locali. A votare a favore della conversione del decreto alla Camera dei deputati, 272 parlamentari, contro i 153 che hanno detto “no” e i 15 astenuti. 

A decadere, con la sospensiva inflitta dal Tar al decreto di novembre era il criterio altimetrico, che il governo ha infine sostituito con la parametrazione di matrice Istat, sicuramente più imparziale.
Con l’approvazione del decreto che sancisce i nuovi principi in merito all’Imu agricola sui terreni dei comuni montani, è stata anche stabilita la formazione di una commissione ad hoc che riveda i criteri utilizzati per il pagamento ed eventualmente intervenga nella stessa normativa approvata quest’oggi. Per il momento, la maggioranza – pur dividendosi, visto che alcuni deputati sia di Ncd che del Pd non hanno votato – ha dunque preferito ratificare il decreto Imu in scadenza, per poi chiudere la partita in sede di approfondimento, magari varando, più avanti, un ulteriore testo riparatore, forse, questa volta, un disegno di legge.

Viene confermata l'esenzione completa per i Comuni che rientrano nella classificazione Istat come totalmente montani, mentre in quelli che rientrano nella categoria dei parzialmente montani vengono esentati solo i terreni che appartengono ai coltivatori diretti e agli imprenditori agricoli professionali. Tutto invariato, invece, nei Comuni non montani.

La nuova legge introduce, poi, anche l’esenzione per le piccole isole e una detrazione di 200 euro per quei proprietari di terreni e coltivatori diretti che non versavano l’imposta in base alla famosa circolare del 1993.

Regolamento (UE) n. 1307/2013 recante norme sui pagamenti diretti agli agricoltori. Riconoscimento della "guardiania" quale pratica di pascolo riconosciuta come uso e consuetudine locale ai sensi del DM n. 1420 del 26 febbraio 2015 articolo 2 "Mantenimento di una superficie agricola".




Il regolamento (UE) n. 1306/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013 stabilisce le norme sul finanziamento, sulla gestione e sul monitoraggio della politica agricola comune.

Il regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013, stabilisce le norme relative ai pagamenti diretti agli agricoltori nell’ambito dei regimi di sostegno previsti dalla politica agricola comune.

Il regolamento delegato (EU) n. 639/2014 della Commissione, dell’11 marzo 2014, integra il regolamento (UE) del Parlamento europeo e del Consiglio e ne modifica l’allegato X.

L’art. 4 comma 3 della legge 29 dicembre 1990, n. 428, concernente disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee, dispone altresì che il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali, d’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni le province autonome di Trento e Bolzano, nell’ambito di propria competenza, provvede con decreto all’applicazione nel territorio nazionale dei regolamenti emanati dalla Comunità europea.

La Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano, nella seduta del 12 giugno 2014, ha espresso mancata intesa sul documento concernente “La nuova PAC: le scelte nazionali – Regolamento (UE) n. 1307/2013”.

Il Consiglio dei Ministri, ai sensi dell’articolo 3, comma 3 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, nella seduta del 31 luglio 2014, ha deliberato l’approvazione del sopracitato documento “La nuova PAC: le scelte nazionali – Regolamento (UE) n. 1307/2013”, consentendo, in tal modo, di comunicare all’Unione Europea, entro il termine stabilito del 1 agosto 2014, le scelte nazionali relative all’applicazione della riforma della nuova PAC fino al 2020.

Sulla base del sopracitato documento “La nuova PAC: le scelte nazionali – Regolamento (UE) n. 1307/2013”, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali ha approvato il decreto prot. 6313 del 18 novembre 2014 “Disposizioni nazionali di applicazione del regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013”.

La Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, nella seduta del 19 febbraio 2015 ha sancito l’intesa sullo schema di un nuovo decreto avente lo scopo apportare alcune modifiche ed integrazioni al decreto di cui al paragrafo precedente.

Tali modifiche ed integrazioni sono state approvate mediante il decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015 “Disposizioni modificative ed integrative del decreto ministeriale 18 novembre 2014 di applicazione del regolamento (UE) n. 1307/2013 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 dicembre 2013”.

Il decreto di cui al paragrafo precedente stabilisce, agli articoli 2 e 3, che la Regione o la Provincia autonoma competente possa stabilire alcune disposizioni applicabili specificatamente sul proprio territorio in ordine al mantenimento delle superficie agricola adibita a pascolo.

Il 5 marzo 2015 il testo del decreto è stato esaminato nell’ambito di un’apposita riunione a cui hanno partecipato i rappresentanti delle organizzazioni professionali agricole regionali del Piemonte. In tale occasione è emersa la necessità di individuare, come consentito dall’articolo 2 comma 6 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, tra le pratiche di pascolo riconosciute come uso e consuetudine locale la cosiddetta “guardiania”. Tale necessità è stata confermata con la nota del 6/3/2015 a firma congiunta delle tre organizzazioni professionali agricole.

La pratica di “guardiania”, diffusa storicamente in Piemonte, consiste nell’effettuare il pascolamento, oltre che con i propri capi,  anche con animali di proprietà altrui.

Il riconoscimento della “guardiania”, quale uso e consuetudine locale, è necessario ai fini della dimostrazione del pascolamento e del relativo calcolo delle densità minima degli animali individuati al pascolo. In questo modo, infatti, l’agricoltore che svolge la predetta attività, in deroga a quanto previsto dall’articolo 2 comma 4 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, potrà considerare tra gli animali individuati al pascolo anche quelli di proprietà altrui.

Tuttavia è necessario evitare che l’applicazione di questa deroga possa prestarsi ad utilizzi  speculativi, non correttamente connessi al mantenimento delle superfici a pascolo ed a reali pratiche tradizionali, bensì a forme di accaparramento delle predette superfici a danno degli allevatori che storicamente ne sono gli utilizzatori. Pertanto, in considerazione delle caratteristiche che la guardiania assume in Piemonte, si ritiene di  porre un limite relativo al numero massimo ammissibile di animali di proprietà altrui considerabili ai fini della dimostrazione del pascolamento e del relativo calcolo delle densità minima degli animali individuati al pascolo. Tale limite è individuato nel 30% dei capi  detenuti in alpeggio ed espressi in UBA (Unità di Bestiame Adulto)

Considerato, inoltre, che occorre individuare rapidamente le superfici sulle quali sarà possibile esercitare la deroga di cui al presente provvedimento e che in Piemonte le superfici destinate esclusivamente al pascolamento sono generalmente poste ad altitudini superiori a 600 m s.l.m., la predetta deroga sarà applicabile solo alle particelle classificate a pascolo ubicate al di sopra di tale limite altimetrico.

            Come previsto dall’articolo 13, comma 2 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, la disposizione di cui al paragrafo precedente è applicata per l’anno di domanda UNICA 2015, mentre per gli anni successivi, a seguito di ulteriori approfondimenti che il limitato tempo a disposizione non ha consentito di effettuare in questa fase, sarà possibile modificare i criteri di identificazione delle particelle.

            Secondo quanto disposto dall’articolo 13, comma 2 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, il Settore Colture Agrarie della Direzione Agricoltura provvederà a comunicare le predette disposizioni  ad AGEA, quale organismo di coordinamento di cui all’articolo 7, paragrafo 4, del regolamento (UE) n. 1306/2013.

            In applicazione dell’articolo 26, comma 1, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, (Riordino della disciplina riguardante gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni), che prevede la pubblicazione dei provvedimenti con i quali sono determinati i criteri e le modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi per la concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari, il presente atto sarà pubblicato nell’ambito della sezione “Amministrazione trasparente” del sito ufficiale della Regione.
            Tutto ciò premesso la Giunta Regionale unanime,

d e l i b e r a

  1. di riconoscere, ai sensi dall’articolo 2 comma 6 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, la “guardiania”, consistente nell’effettuare il pascolamento oltre che con i propri capi  anche con animali di proprietà altrui, tra le pratiche di pascolo riconosciute in Piemonte come uso e consuetudine locale;

  1. di stabilire che, nel caso in cui le aziende pratichino la guardiania, sia individuato nel 30% dei capi  detenuti in alpeggio ed espressi in UBA (Unità di Bovino Adulto), il limite massimo ammissibile di animali di proprietà altrui considerabili ai fini della dimostrazione del pascolamento e del relativo calcolo delle densità minima degli animali individuati al pascolo;

  1. di stabilire che la deroga conseguente al riconoscimento della “guardiania” sia applicabile solo alle particelle classificate a pascolo ubicate al di sopra del limite altimetrico di  600 m s.l.m.;
  2. di stabilire che il Settore Colture Agrarie della Direzione Agricoltura, secondo quanto disposto dall’articolo 13, comma 2 del decreto del Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali n. 1420 del 26 febbraio 2015, provveda a comunicare le predette disposizioni, che si applicano per l’anno di domanda UNICA 2015, ad AGEA, quale organismo di coordinamento di cui all’articolo 7, paragrafo 4, del regolamento (UE) n. 1306/2013;

  1. di stabilire che, in applicazione dell’articolo 26, comma 1, del decreto legislativo 14 marzo 2013, n. 33, tale atto sarà pubblicato nella sezione “Amministrazione trasparente” del sito ufficiale della Regione Piemonte.

La presente deliberazione sarà pubblicata sul Bollettino Ufficiale della Regione Piemonte ai sensi dell’art. 61 dello Statuto e dell’art. 5 della Legge Regionale n. 22/2

Ager: 7 milioni di euro per la ricerca agroalimentare, agricoltura di montagna tra i settori da finanziare

Le Fondazioni bancarie aderenti ad AGER (Agroalimentare e Ricerca) sosterranno la ricerca in acquacoltura, agricoltura di montagna, olivo ed olio e prodotti caseari.
Nuove ed importanti risorse per la ricerca scientifica nel settore agroalimentare. Ammonta infatti a sette milioni e duecentoventimila euro il finanziamento che le Fondazioni bancarie aderenti ad AGER (Agroalimentare E Ricerca) stanzieranno per rafforzare e consolidare la leadership delle produzioni di eccellenza italiane. I fondi verranno messi a disposizione di quattro settori: acquacoltura, agricoltura di montagna, olivo ed olio e prodotti caseari. Questi vanno ad aggiungersi ai sedici progetti già finanziati negli anni scorsi da AGER e relativi ai comparti cerealicolo, ortofrutticolo, vitivinicolo e zootecnico e quasi tutti già portati a termine.
Continua quindi la positiva esperienza, iniziata sette anni fa, che ha visto un gruppo di Fondazioni bancarie riunirsi in un’Associazione Temporanea di Scopo (AGER) per il sostegno della ricerca in campo agroalimentare.
La definizione delle quattro aree di intervento è stato il punto di arrivo di un anno di intenso lavoro per la raccolta dati, analisi e confronto fra una rosa di settori ritenuti strategici per l’agroalimentare. Un pool di esperti con competenze settoriali e trasversali è stato incaricato di esaminare una serie di aspetti: economici, prospettive di sviluppo, problematiche commerciali, fabbisogno di ricerca ed incidenza della ricerca sul rafforzamento di ogni singolo settore. Un iter complesso e assolutamente “trasparente” che ha permesso di raccogliere moltissime informazioni e di formulare giudizi obiettivi.

Per questa seconda edizione di AGER, le Fondazioni hanno deciso di privilegiare ulteriormente i progetti di ricerca che dedicheranno particolare attenzione ai temi della sicurezza alimentare e della sostenibilità ambientale. Sarà quindi prioritario il trasferimento tecnologico dei risultati delle ricerche alle imprese, ma anche la ricaduta che queste ricerche hanno nei confronti della società civile. Infine, saranno dieci le Fondazioni che grazie ad AGER finanzieranno le attività di ricerca; un gruppo geograficamente rappresentativo del territorio italiano e composto da: Fondazione Cariplo, Fondazioni di Padova e Rovigo, Cuneo, Modena, Parma, Udine e Pordenone, Sardegna, Bolzano, Teramo e la Fondazione con il Sud.
I finanziamenti verranno assegnati sulla base di specifici bandi che usciranno a inizio estate.
Per informazioni: www.progettoager.it
Info per la stampa Riccardo Loberti
comunicazione@progettoager.it

OSPEDALE DI CARMAGNOLA LA VICEPRESIDENTE DEL CONSIGLIO RUFFINO: “LA REGIONE GARANTISCA ALMENO CINQUE SPECIALITA'”

Presentato un Ordine del giorno per aggiungere  riabilitazione, urologia e oncologia alle due previste al momento


Con la riorganizzazione della Rete ospedaliera approvata dalla Regione Piemonte, l’Ospedale San Lorenzo di Carmagnola è stato inserito nell’ASL To5 per l’area Sud-Est di Torino, insieme al Santa Croce di Moncalieri e al Maggiore di Chieri.
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Al presidio, che ha il ruolo di ospedale di base sede di pronto soccorso, al momento sono state destinate solo due specialità (medicina e chirurgia generale),rispetto alle 10 attribuite a Moncalieri e alle 9 di Chieri. Su altre 11 l’Asl deve ancora definire una assegnazione.
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“Considerato che stiamo parlando di servizi sanitari d’eccellenza - sottolinea la vicepresidente del Consiglio Regionale, Daniela Ruffino - e che una loro chiusura aggiungerebbe altre difficoltà al territorio Carmagnolese, dove sono stati già chiusi il punto nascita, ostetricia e ginecologia, ho chiesto con un ordine del giorno in Consiglio che la Regione garantisca almeno cinque specialità al San Lorenzo, aggiungendo recupero e riabilitazione, urologia e oncologia, quest’ultima senza letti, ai soli due reparti previsti al momento dalla riorganizzazione ospedaliera.”
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Nell’ordine del giorno si chiede, anche, che le camere operatorie per le specialità di chirurgia generale e urologia siano supportate da unità di letti anti shock (a disposizione sia degli interventi sia per il pronto soccorso), di potenziare le unità di anestesia anche a sostegno del pronto soccorso h24 e di individuare per l’Ospedale di Carmagnola la specialità di Post Acuzie/Lungodegenza, considerata la disponibilità dei posti letto.
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“Noi ci aspettiamo nel Consiglio Comunale aperto del 13 febbraio delle rassicurazioni da parte dell’assessore Saitta, perché, con la delibera approvata dalla Regione a novembre e la nuova di fine gennaio, il timore è che l’ospedale di Carmagnola venga ulteriormente depotenziato e che i reparti presenti attualmente vengano assegnati a Chieri o Moncalieri - aggiunge il consigliere comunale Alessandro Cammarata - A questa insicurezza si somma anche quella sul taglio dei posti letto, che già nel documento di novembre risultava maggiore a quanto previsto dall’ex assessore Cavallera e che, adesso, non sappiamo se peserà ancora di più su Carmagnola. Parliamo di un ospedale di nuova costruzione, con due sale operatorie estremamente attrezzate e una logistica importante per l’utenza locale. L’ipotesi di un ulteriore depotenziamento è negativa e in totale contrasto con le posizioni a favore del nostro presidio ospedaliero espresse, prima del voto, da esponenti del Pd. Ora ci sembra di assistere all’esatto contrario.”
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“Ritengo che questo sia un momento fondamentale per il futuro del nostro ospedale non solo per la città di Carmagnola, ma per tutto il territorio che gravita attorno ad essa - sottolinea Gianluigi Surra - La politica locale deve tornare a farsi sentire ai piani alti.”

venerdì 20 marzo 2015

Piano regionale per cimiteri e crematori

L’Aula di Palazzo Lascaris ha approvato, a maggioranza, la delibera che adotta il Piano regionale di coordinamento predisposto dalla Giunta per la realizzazione di nuovi cimiteri e crematori. L’obbligo di dotarsi di questo provvedimento era stato previsto dalle legge nazionale  130/2001 e dalla legge regionale 15/2011.
Per quanto riguarda i crematori, il testo stabilisce i requisiti per la costruzione di un nuovo impianto, che deve realizzare almeno 1.200/1.300 cremazioni all’anno e avere un bacino di riferimento di almeno 5mila decessi all’anno (equivalente a una popolazione di circa 500mila abitanti), un valore raggiungibile anche attraverso associazioni tra Comuni, Convenzioni e Unioni di Comuni. Si prevede inoltre una distanza minima da una struttura all’altra pari a 50 km, garantendo comunque la realizzazione di un impianto per ogni territorio provinciale. Tale criterio non si applica per l’ambito territoriale della Città metropolitana.
Possono comunque essere autorizzati gli impianti di cremazione per la cui realizzazione, prima dell’entrata in vigore del piano, siano stati avviati dai Comuni procedimenti da cui derivino obblighi vincolanti per gli stessi.
Per i piccoli Comuni con popolazione inferiore ai 5mila abitanti sono introdotte alcune semplificazioni degli adempimenti. Essi sono, per esempio, tenuti alla revisione del Piano cimiteriale solo ogni qualvolta si registrano variazioni rilevanti degli elementi presi in esame dal piano medesimo.
Si stabilisce infine la necessità che i cimiteri di nuova costruzione o in fase di ampliamento o ristrutturazione siano dotati di una sala di commiato e si richiama la disciplina per l’istituzione dei cimiteri per animali d’affezione.




Articolo 14, legge regionale n. 15 del 3 agosto 2011 (Disciplina delle attività e dei servizi necroscopici, funebri e cimiteriali. Modifiche della legge regionale del 31 ottobre 2007, n. 20 (Disposizioni in materia di cremazione, conservazione, affidamento e dispersione delle ceneri): approvazione del Piano regionale di coordinamento per la realizzazione di nuovi cimiteri e crematori


Il Consiglio regionale

Vista la legge n. 130 del 30 marzo 2001 (Disposizioni in materia di cremazione e dispersione delle ceneri) la quale all’articolo 6, prevede che le regioni elaborino piani regionali di coordinamento per la realizzazione di crematori da parte dei comuni, anche in associazione tra di essi, tenendo conto della popolazione residente, dell’indice di mortalità e dei dati statistici sulla scelta crematoria da parte dei cittadini di ciascun territorio comunale, prevedendo, di norma, la realizzazione di almeno un crematorio per regione;

vista la legge regionale n. 15 del 3 agosto 2011 (Disciplina delle attività e dei servizi necroscopici, funebri e cimiteriali) la quale all’articolo 14 stabilisce che la Giunta regionale presenti per l’approvazione al Consiglio regionale, sulla base della popolazione residente, dell’indice di mortalità e dei dati statistici della scelta crematoria da parte dei cittadini di ciascun territorio comunale e d’intesa con i comuni interessati, il Piano regionale di coordinamento, per la realizzazione di nuovi cimiteri e crematori da parte dei comuni, anche in forma associata, nel rispetto delle linee guida previste dal Piano medesimo;

            visto il Regolamento regionale 8 agosto 2012 n. 7/R in materia di attività funebre e di servizi necroscopici e cimiteriali il quale all’articolo 29 stabilisce, al comma 1, che la Giunta regionale, nell’ambito della pianificazione prevista dall’articolo 6 della l. 130/2001, individui i crematori esistenti e quelli da realizzare e i rispettivi bacini di riferimento e, al comma 2, che la realizzazione dei nuovi crematori è autorizzabile sulla base della popolazione residente di ciascun Comune o nella eventuale forma associata, purchè sufficiente a giustificare l’investimento e a consentire l’equilibrio di gestione, dell’indice di mortalità e dei dati statistici sulla scelta crematoria da parte dei cittadini interessati;

vista la proposta di deliberazione della Giunta regionale n. 20-766 del 15 dicembre 2014 e, in particolare, la proposta di Piano regionale di coordinamento per la realizzazione di nuovi cimiteri e crematori, come definito nell’Allegato A alla presente deliberazione per costituirne parte integrante e sostanziale e preso atto delle motivazioni ivi addotte;

            preso atto del parere favorevole espresso dal Consiglio delle Autonomie locali in data 29 gennaio 2015, in merito alla proposta di deliberazione n. 40 e viste, in particolare, le osservazioni dell’ANPCI, dell’ANCI e della Città di Torino allo stesso allegate;

preso, altresì, atto del parere favorevole espresso a maggioranza dalla I Commissione consiliare permanente nella seduta del  9 marzo 2015






d e l i b e r a

- di approvare in conformità a quanto disposto dall’articolo 14 della legge regionale 3 agosto 2011 n. 15, la proposta di Piano regionale di coordinamento per la realizzazione di nuovi cimiteri e crematori, come definito nell’ Allegato A alla presente deliberazione per costituirne parte integrante e sostanziale;

- di prendere atto che la presente deliberazione non comporta oneri a carico del bilancio regionale.








Città metropolitana la vicepresidente del Consiglio Regionale Ruffino: “Non basta trasferire le funzioni, servono le risorse”


“Se la Regione Piemonte sceglie di lasciare alla Città metropolitana le funzioni della Provincia deve anche trasferirle le risorse necessarie per essere operativa e dare servizi ai territori, perché così si rischia la paralisi e a farne le spese per prima sarà, come sempre, la periferia”: a parlare è la vice presidente del Consiglio Regionale, Daniela Ruffino, a seguito dell’incontro svoltosi questa mattina per la presentazione della bozza di statuto della Città Metropolitana alle organizzazioni sindacali da parte del sindaco Piero Fassino e dell’assessore regionale al Bilancio, Aldo Reschigna.

“Così non può funzionare - continua la vicepresidente Ruffino - in altre regioni gli statuti sono stati già approvati, mentre qui si parla ancora di una bozza. I problemi sono tantissimi e rimangono irrisolti: negli ultimi due anni con i vincoli del patto di stabilità sono mancati interventi sulla viabilità e sull’edilizia scolastica, c’è il panico sul personale provinciale da riassorbire e contemporaneamente, proprio per questo, il blocco dei concorsi per le assunzioni nei Comuni. Io sono per la difesa del personale della Provincia, che ha sempre lavorato con professionalità, ma allo stesso tempo non posso non riscontrare il contraccolpo sulle amministrazioni comunali. Con una situazione di tale incertezza, la Città metropolitana rischia di restare solo sulla carta.”

SANITA’, RUFFINO (FI): UNA REGIONE A MISURA DI RICORSO

“Ormai è una Regione sempre più ‘a misura di ricorso’ sulla sanità. Sono tutti scontenti delle decisioni assunte dall’assessore Antonio Saitta, sia gli operatori pubblici sia quelli privati”. È questa la chiosa pronunciata dal vice presidente del consiglio regionale, Daniela Ruffino, a margine dell’audizione dei rappresentanti del Comitato di Difesa e Valorizzazione dell’Ospedale San Luigi di Torino e dei rappresentanti dell’Associazione Italiana Ospedalità Privata (Aiop) in IV Commissione.
“Da un lato – spiega l’esponente regionale – è emersa con forza la questione del futuro del San Luigi dove l’assessore aveva dichiarato che attenderà la nomina del nuovo direttore generale prima di aprire un tavolo che ne determini la mission. Una scelta che di fatto condanna una struttura d’eccellenza a vedere prolungata la sua agonia visto il ricorso che pende sul bando per la nomina dei direttori”. 
“Dall’altro vi è poi il fronte aperto con il mondo privato – aggiunge Ruffino – con un ricorso da parte dell’Aiop attivato a fronte della assenza di un dialogo e confronto con loro da parte dell’assessorato. Oggi è emerso quindi un forte grido d’allarme dal mondo privato per il mantenimento dei livelli occupazionali”.
“A causa della poca chiarezza delle linee politiche sanitarie del centrosinistra – conclude Ruffino – sono a rischio centinaia di posti di lavoro. Non è possibile che Saitta non apra una seria trattativa con il mondo degli operatori privati a causa di una posizione di stampo prettamente ideologico. L’assessore dovrebbe ricordarsi che il mondo privato nella sanità regionale da lavoro al oltre 5mila persone, le quali meritano forme di tutela. Dopo le audizioni di oggi mi aspetto finalmente delle risposte da parte dell'assessore alla Sanità”.